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Castello di Magliano Alfieri

Residenza prediletta degli Alfieri, che la raggiungevano con poche ore di carrozza da Asti, il palazzo-castello di Magliano ha vissuto un secolo e mezzo di splendore e un secolo e mezzo di decadenza. Così scriveva il poeta Vittorio Alfieri alla madre nel 1788: "Quest'anno non anderò niente in campagna [...] Lei non mi dice se andrà a Magliano a villeggiare; è un bel luogo, e una ottima aria, e mi pare che le dovrebbe giovar molto" (da Parigi, 19 luglio 1788).
Due anni dopo, sempre da Parigi: "Spero ch'ella stia bene di salute, che l'aria del suo bel Magliano le avrà giovato. Io sto perfettissimamente..." (22 ottobre 1790).
Sorta in una posizione felice e suggestiva, a valle del rilievo occupato dal fortilizio medievale, l'imponente costruzione barocca che prospetta verso il Tanaro venne edificata per volontà del conte Catalano Alfieri, signore di Magliano e generale di fanteria del duca Carlo Emanuele II (1602-1674), che, intorno al 1660, affidò il progetto e l'esecuzione dei lavori a un architetto finora sconosciuto. L'attribuzione dell'opera è controversa: poco attendibile l'ipotesi di un disegno di Benedetto Alfieri, fantasiosa quello che lo vuole dello Juvarra. Per Andreina Griseri, lo stile è "castellamontiano". La costruzione del castello veniva conclusa nelle parti principali presumibilmente dal figlio di Catalano, Carlo Emanuele (1643-1691), mentre i successivi conti, Giuseppe Catalano, Carlo Luigi Federico e Giacinto Lodovico facevano decorare gli interni a completare le strutture durante tutto il secolo XVIII.
L'edificio volge alla valle un'ampia e armoniosa facciata con cinquanta finestre, due torricelle rotonde laterali, "richiami2 al tardo Medio Evo e tre corpi più elevati. Il castello è una tipica costruzione fine seicentesca di architettura barocca piemontese, in un edificio che non è più castello di difesa ma non è ancora villa di soggiorno. Le linee, anche se monumentali, sono sobrie, del tutto precedenti l'influenza juvarriana, e "l'impianto generale - secondo Augusto Cavallari-Murat - così composito, mostra tanti interventi anteriori al Settecento".
Il prospetto verso l'apice della collina è caratterizzato dal considerevole portale d'accesso in pietra arenaria, d'impostazione stilistica ancora tardorinascimentale.
L'interno è vuoto, perché il palazzo è passato in più mani: nel 1797, dopo la morte dell'ultimo Alfieri di Magliano, Giacinto Lodovico, la proprietà si avvia verso il declino con il passaggio ai Birago di Borgaro, che nel 1816 vendono castello e beni maglianesi al banchiere astigiano Pietro Pogliani. Ci penserà il marchese Cesare Alfieri di Sostegno a riacquistare tutto dal Pogliani nel 1843. Da quella data alla metà del secolo scorso il castello rimane privato, ospita le scuole comunali e viene riaperto in occasione di feste, ricorrenze e balli paesani. Nel 1952 l'ultima discendente della nobile casata, marchesa Margherita Visconti Venosta, offre l'edificio in dono al Comune, che lo rifiuta, mentre il parroco di Sant'Andrea lo accetta. Recentemente L'Amministrazione Comunale ha accettato in donazione la residenza con atto notarile del 1° settembre 1988.
Al primo piano il torrione centrale è occupato da un grande salone coperto di una volta a padiglione. La decorazione è a stucchi ad alto rilievo con raffigurazioni araldiche relative alla famiglia Alfieri. Le sale del piano nobile sono adibite ad abitazione nella parte ovest, mentre quelle del corpo ad est, una decina, ospitano il "Museo di arti e tradizioni popolari di Magliano Alfieri" e conservano meglio le caratteristiche tipologiche e decorative originali.
Presso l'angolo a nord si apre l'ingresso della cappella (oratorio) gentilizia dedicata al S. Crocifisso: l'ambiente più interessante e ricco di testimonianze pittoriche del castello. Le pareti e le cupole sono dipinte a buon fresco con raffigurazioni di balaustrate, finestroni, colonne e simboli del martirio di Cristo con prospettive di grande effetto architettonico. Nella cappella troveranno sede tre grandi tele, attualmente in corso di restauro (dagli anni '70). Dell'oratorio scriveva Vittorio Alfieri alla madre in due lettere: "...e questo dico circa la permissione di tenere il SS. Sacramento nella di lei Cappella, di Magliano suppongo: la qual permissione spero io di poterle ottenere. Mi ci adopererò almeno per quanto posso" (da Roma, 31 agosto 1782);
"Mi sono scordato quando le inviai il mio libro, di dirle che l'avevo portato io stesso a presentare a Sua Santità, che lo ricevé con molta benignità e piacere; credo che questo le potrà fare piacere anche a lei, perciò gliene fo parte. Anzi avrei potuto io stesso a viva voce sollecitare presso al Santo Padre la di lei grazia per Magliano, ma siccome già ero certo d'ottenerla altrimenti, non ho voluto farne motto perché non pensasse interessata la mia presentazione del libro" (da Roma, 22 marzo 1783). E alla marchesa Luigia Alfieri di Sostegno: "E chi sa che io stesso non gliele venga a leggere [le canzoni sull'America, n.d.r.] o a Torino quest'estate, o a San Martino, se andrò, com'è possibilissimo, a veder la mia madre e pigliar la benedizione nella cappella di Magliano, dacché le ho fatto avere licenza dal Papa di tenervi il Santissimo; grazia per cui mia madre non cape nella pelle di gioia" (da Siena, 21 maggio 1783).
Infine svariati finanziamenti erogati dalla Regione Piemonte, dal Ministero dei Beni Culturali e dalla Parrocchia hanno permesso alcune operazioni di recupero: il restauro del portone barocco e delle tre grandi tele dell'oratorio; l'allestimento del costituendo museo; il rifacimento di gran parte delle coperture.

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