Tribunale

L'area in cui oggi sorge la nuova sede del tribunale di Alba, in uno spazio di forma triangolare situato a nord del centro urbano, nelle vicinanze del tracciato ferroviario e del ponte sul Tanaro, è, a partire dagli ultimi anni Settanta, al centro di numerosi progetti da parte dell'amministrazione comunale. Si pensa ad una riqualificazione ambientale della zona, anche perché essa rappresenta una sorta di ingresso alla città storica, ma dopo la formulazione di un primo progetto per la realizzazione di uno spazio socioculturale polivalente, viene deciso di destinare lo spazio al nuovo palazzo di giustizia. Il Consiglio Comunale di Alba, spinto anche dalle agevolazioni economiche offerte da una nuova legge per la promozione di nuove sedi per i tribunali (la 119 del 30 marzo 1981), approva il progetto per la costruzione di un nuovo edificio giudiziario in piazza Medford, il 19 luglio 1982. Il progetto di Gabetti, Isola, Varaldo, viene approvato nello stesso giorno; ad esso collaborano anche Guido Drocco ed Enrico Moncalvo per l'intervento architettonico, e Remo Fassino come consulente tecnico e direttore dei lavori. Si tratta di un edificio che racchiude nella sua concezione quella sintesi tra ambiente costruito e ambiente naturale che è possibile ritrovare anche in altri progetti dei due architetti torinesi. Acqua, pietra, luce e verde sono infatti gli elementi che compongono questa architettura, oltre a porporre una mimesi con il profilo delle città punteggiato dall'andamento verticale delle torri, visibile da questo ingresso della città.
La facciata dell'edificio mostra dei contrafforti digradanti, che formano quasi una sorta di piccola collina e sono ricoperti di edera e carpini. L'idea progettuale ha probabilmente origine dalle difficoltà di inserimento di una nuova architettura all'interno di un luogo urbano non ancora definito, e precedentemente destinato dalle norme di piano regolatore, al verde e ai servizi pubblici. La soluzione adottata cerca di rivalutare la zona, attraverso la creazione di uno spazio naturale costruito.
Il complesso degli uffici giudiziari ha all'incirca la forma di un parallelepipedo terrazzato in modo digradante verso l'esterno, tagliato longitudinalmente da un percorso che si allarga a formare una corte, ed è composto da due maniche rivestite da uno spessore di terra che creano un manto verde alberato. La struttura ipogea utilizza tecniche complesse per la realizzazione delle fondazioni e delle coperture, soprattutto a causa della qualità del terreno, alluvionale in profondità, di riporto negli strati superficiali, poco favorevole alla costruzione. Le fondazioni sono eseguite con dei pali che oltrepassano il terreno alluvionale, fino a raggiungere uno strato più solido. I fabbricati sono alti due piani, ed il loro piano di calpestio è situato due metri più in profondità rispetto al livello della strada. All'interno di questi spazi interrati trovano posto tutte le funzioni giudiziarie. Il programma del progetto si organizza intorno agli spazi costruiti e al giardino interno. Il taglio centrale e la corte, fungono da elementi distributivi per l'accesso alle aule di udienza e agli uffici del tribunale da una parte, e dall'altro, per altre aule, per gli uffici della procura e della polizia giudiziaria. Il fatto che gli accessi alle diverse attività avvengano direttamente dalla corte interna, richiama l'impostazione delle corti auliche secentesche, e contribuisce ad aumentare il senso di isolamento e tranquillità necessari per lo svolgimento del lavoro. Una parte importante del progetto riguarda l'organizzazione dei percorsi: essi si svolgono al di sotto di un porticato (coperto da una soletta in cemento armato rivestita con coppi rossi, ingentilita da una soffittatura in legno) che ha una parte vetrata che connota i tragitti interni, destinati al pubblico, il cui accesso è rivolto verso piazza Garibaldi e piazza Cavour. Secondo una direzione opposta si colloca invece l'accesso riservato alle funzioni interne, che diventa un portico aperto. All'interno della corte gli edifici dalla struttura, in calcestruzzo armato, sono rivestiti da pietra di Lucerna; le finestre regolari, quadrate, sono incorniciate da una striscia bianca intonacata.
Roberto Gabetti (1925-2000) e Aimaro Oreglia d'Isola (1928), entrambi torinesi, sono due dei maggiori architetti italiani del Novecento. Il loro sodalizio inizia al principio degli anni Cinquanta con il progetto della Bottega di Erasmo (1953-54) a Torino. Tra le loro opere maggiori figurano il centro residenziale Olivetti a Ivrea (1969-70), le case popolari in via sant'Agostino a Torino (1980-83), il centro direzionale Fiat di Candiolo (1973).

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Immagini

Architettura

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