Il mondo contadino

Il legame affettivo di Fenoglio con le Langhe accomuna lo scrittore ed i suoi personaggi.
Nei racconti di ambiente contadino, elaborati attraverso i ricordi dell’infanzia e le conversazioni con parenti ed amici, emerge un rapporto “forte” con la terra, destinato a resistere all’alternarsi delle vivende umane, condizionato dalle necessità economiche dei protagonisti, dal mito del benessere, o dal bisogno di trovare, nonostante il mutare delle stagioni, le radici della propria esistenza.
Ne La malora, le Langhe “crude” [1], terra della sofferenza e dello sfruttamento di Agostino, divengono il sogno della rinascita e della speranza, quando il ragazzo, alla fine del romanzo, ritorna a casa: “Le prime mattine, avevo un bel chiodo, la prima cosa che facevo da alzato era guardare dalla finestra se la mia terra c’era ancora, se nella notte una frana non me l’avesse mangiata” [2].
Fenoglio coglie, senza effetti sentimentali, la situazione economica, il destino ed il fatalismo di una società contadina chiusa in una morsa irrazionale.
Nessuno riesce a trovare la forza necessaria per spezzare il legame affettivo che inchioda alla terra d’origine: le uniche reazioni sono violente, anarchiche o distruttive”[3].
L’incalzare delle necessità materiali e la fatica non giustamente remunerata sembrano aver spento in molti personaggi qualsiasi sentimento o desiderio di vivere.
Le donne sono sfruttate fino all’esaurimento di ogni energia: esse consumano la loro esistenza nel lavoro, fra la preghiera ed il pianto, senza attendere compenso o comprensione. Anche quando appaiono forti e determinate, come Giulia del racconto “Ma il mio amore è Paco”, hanno, in realtà, un atteggiamento rassegnato ed un ruolo consolatorio [4].
Solo le feste paesane interrompono la monotonia della fatica quotidiana.
I caratteri dell’ambiente contadino appaiono ancora più evidenti: il divertimento non si configura solo come evasione spontanea del lavoro, ma assume dalla tradizione una complessità rituale ed una dignità che non riscontriamo nella società industrializzata.
Sono significativi, ad esempio, ne La malora, i minuziosi e complicati preparativi per il pranzo di nozze di Ginotta [5].
La descrizione della festa di San Lorenzo, ne “L’addio”, dimostra la solennità di un divertimento sempre collettivo che, pur nella sua semplicità e spensieratezza, non lascia spazio all’improvvisazione: “Avevano impiantato in piazza i giochi e c’era intorno tutta la gente … C’erano le pignatte e l’albero della salsiccia, ed in più un gioco nuovo, quello di prender con lingua uno scudo d’argento appiccicato al fondo sporco di una casseruola sospesa ad un filo: era sporco di fuliggine e di sterco di gallina” [6].
La serietà del divertimento si riscontra quando la partecipazione al gioco è sentita come essenziale per una questione di prestigio: “Lui si atterrì quando suo padre lo mandò a provarcisi … - Perché tu no? Ci si sono provati dei ragazzi che i loro padri possono accecar di soldi il tuo di padre…” [7].
Alla festa partecipano tutti: è l’occasione in cui è possibile annullare, nell’entusiasmo che accomuna, quelle differenze sociali che solitamente dividono i personaggi.
Ne “La sposa bambina”, “C’era tutto il paese a salutar Catinina, e perfino i signori ai loro davanzali” [8].
La festa assume, quindi, lo stesso carattere “sacro” dei momenti più essenziali della vita: anche il pranzo funebre, uno dei riti per onorare il defunto, è quasi una necessità morale.

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