PARRUZZA Luigi

1739 - 1796 Rivoluzionario municipalista nell'epoca napoleonica

Nulla sappiamo della data di nascita di Luigi Parruzza, troviamo il suo nome, modificato in Parussa, in una nota conservata nell'archivio di Stato di Torino fornita da un Delatore dal titolo: Nota de Rivoluzionari d'Alba che hanno tentato ad ogni modo la totale rovina d'essa città e sua provincia. La nota precisa: Parussa il già giocatore però di buoni natali fatto municipalista.
Apparteneva ad una stimata famiglia proprietaria di terre di quel ceto medio-borghese che si andava manifestando nella città di Alba alla fine del Settecento, ma che era già pervaso dal soffio animatore delle idee illuministe e rivoluzionarie provenienti dalla vicina Francia.
Negli anni che precedettero l'occupazione francese, Luigi Parruzza fu attratto dalle idee illuministe e repubblicane, perché gli parevano apportatrici di ardite riforme, utili al rinnovamento della sua città e partecipò, con altri patrioti, ai convegni segreti che si tenevano dai clubs giacobini di Alba, La Morra, Castiglione Falletto, Barolo, ed allacciò rapporti con i capi rivoluzionari Ignazio Bonafous e Pellisseri, assumendo incarichi e missioni rischiose e di responsabilità. Era di carattere franco e deciso (un delatore lo definì facinoroso), ma anche uomo di radicate e civiche convinzioni, sensibile alle idee innovatrici, ma al tempo stesso convinto della difesa del bene comune e dell'interesse dei suoi concittadini, per questo, pur avendo aderito alla rivoluzione francese, nell'intento di difendere gli albesi, perdette la vita.
Con l'avvento di Napoleone in Italia i Giacobini riposero nel generale francese molte speranze, ma in seno alla municipalità albese prevaleva la tendenza moderata ed in un primo tempo si pensò anche di proclamare Alba Repubblica Libera ed Indipendente, con una sua propria bandiera, dai colori blu, arancio e rosso.
Assieme alle truppe francesi rientravano in Italia esponenti politici e radicali come Pellisseri, Bonafous e Ranza, che già erano stati protagonisti della congiura del 1794 contro lo Stato Sabaudo e che, ricercati, si erano rifugiati in Francia ed avevano stretto rapporti con i circoli politici babuisti in Francia. Il 26 aprile 1796, che per il calendario napoleonico corrispondeva al 7 Fiorile dell'anno IV, anche le truppe francesi, al comando dei generali Augerau e Rusca entravano in Alba; contemporaneamente venivano diffusi tre proclami redatti dal vercellese Giovanni Antonio Ranza, i proclami erano indirizzati al popolo piemontese e lombardo, all'armata piemontese e napoleonica, ai parroci del Piemonte e Lombardia. Il giorno successivo, 27 aprile, veniva solennemente proclamata nella piazza di Alba, la Repubblica Piemontese, con l'erezione dell'albero della libertà ed un contorno di canti rivoluzionari, alcuni dei quali, come l'Inno Rivoluzionario alla Madre del Santo di Nazareth, composti dallo stesso Ranza. Il 28 aprile veniva eletta con il concorso di 20 comunità del territorio la nuova municipalità di Alba, composta da 12 consiglieri e dal maire Ignazio Bonafous, segretario era nominato il vercellese Giovanni Antonio Ranza; alla carica di consiglieri, o municipalisti, come venivano chiamati, erano stati eletti Luigi Parruzza, Raimondo Sica, Ferdinando Moretti, Manfredo Bonavia, Ignazio Como, Riccardo Sineo, Carlo Abrigo, Andrea Lorenzo Calissano, Giorgio Manera, Pier Domenico Boetti, Vincenzo De Abbate, Gian Battista Donante, lista che ebbe a subire rimaneggiamenti, ampliamenti e defezioni. Ben pochi erano fra i municipalisti i nomi dei patrioti che avevano frequentato i clubs giacobini, i cui quadri erano per lo più formati da avvocati, notai, ex giudici, medici, commercianti, agricoltori ed anche sacerdoti, categorie del ceto medio informazione, ossia la media borghesia.
Lo stesso giorno venne invitato il Vescovo Giovanni Battista Pio Vitale a cantare in Duomo il Magnificat, considerato l'inno dei Repubblicani rivoluzionari e scelto da questi per sostituire il Te Deum, tante volte profanato dai realisti, ed il Vescovo aveva accettato l'invito municipale.
L'esclusione pressoché totale dalla municipalità dei patrioti giacobini e l'impedimento di far sentire la loro voce, dimostrarono come per una contraddittoria imposizione politico-militare venissero sacrificati coloro che, in quanto assertori delle idee innovatrici, avrebbero invece dovuto partecipare in prevalenza alla guida della cosa pubblica; lo stesso Bonaparte negava alla Municipalità il diritto ad una libera e democratica scelta ed imponeva forzatamente un assetto composito ed instabile, riducendo la stessa ad una semplice funzione esecutiva.
Alle difficoltà che rendevano precaria la vita della municipalità, vennero ad aggiungersi gli ostacoli derivanti dall'armistizio di Cherasco, firmato di prima mattina il 28 aprile.
Le clausole della tregua contemplavano fra l'altro la permanenza temporanea dei francesi sulla riva destra del Tanaro, e quindi in Alba, fino alla stipulazione della pace conclusasi a Parigi il 15 maggio; ma di fatto il governo del Re ne riassumeva il potere solo il 19 giugno, giorno in cui venne sciolta la municipalità.
Il giorno stesso dell'entrata dell'esercito francese in Alba era pronto e firmato l'editto con il quale Napoleone Bonaparte, dal quartiere generale di Cherasco, ordinava alle comunità di Alba e di Mondovì, di fare atto di sottomissione alla Repubblica Francese e di consegnare alla stessa i magazzini del Re di Sardegna e dell'Armata austriaca esistenti sul territorio.
Costituita la municipalità, Bonafous, in qualità di Maire, firmò con gli altri municipalisti i due primi verbali delle sedute e poi lasciò la città assieme al Ranza, in quanto la loro posizione massimalista non era più sostenibile, infatti l'autorità militare aveva immediatamente dato inizio alle requisizioni ed alle imposizioni di tributi in servizi, derrate alimentari, denari ed oro. Si manifestavano i primi allarmi sulla situazione economica della città che il Parruzza in una sua lettera al Comando Militare definiva desolata e miserabile.
L'occupazione militare ed il passaggio incessante delle truppe pesarono gravemente sull'economia albese, in massima parte agricola, assorbivano tutte le limitate risorse e scorte di prodotti, e la posizione dei municipalisti si faceva sempre più difficile perché da un lato erano costretti dalle autorità militari a decisioni vessatorie e quindi odiose, dall'altro erano pressati dalle proteste di chi doveva pagare e subire per tutti.
Lo stesso passaggio di Napoleone ad Alba aveva aggravato la situazione per lo sborso di ingenti quantità di derrate alimentari e di provviste per i cavalli dell'esercito. L'irritazione e l'irrigidimento di Napoleone verso Alba era determinato dal comportamento diltorio della municipalità, la quale, con suppliche e rivendicazioni, ritardava l'esecuzione dei tributi, che erano preminenti ed urgenti per il movimento delle truppe, che stavano puntando su Milano che sarebbe stata poi occupata il 15 maggio.
In una supplica inviata dalla municipalità al Generale Bonaparte, veniva invocato non solo il sollievo dei gravami imposti, ma si chiedeva anche, evidentemente con una sorprendente ingenuità, il risarcimento dei danni subiti; così infatti concludeva la supplica: Voi e i vostri generali ce l'hanno promesso; noi vi presenteremo la nota giustificativa di quelle spese, e speriamo di ottenerlo per nostro sussidio da Voi che armato di ragione e di principi non combattete per conquistare ma per abbattere pressioni e pregiudizi. Eccovi dunque le nostre suppliche, i nostri voti. Non più stendardo rivoluzionario, se è opposto alle vostre mire come ai vostri principi; non più contribuzioni, ma dolcezze di pace, sollievo delle miserie. Se Voi, cittadino Generale, Vi degnerete, in contrassegno di gradimento dell'atto di sottomissione che a Voi a nome di tutti Vi prestiamo, decidere della nostra sorte col darci la legge, col rimborsarci le spese e i danni, col risparmiarci dei nuovi aggravi, Voi darete un esempio di generosa saviezza ben degno della stima di tutti gli amici dell'umanità. Rispetto, fraternità, salute.
Napoleone Bonaparte per tutta risposta ordinava, tramite la gente militare in Alba, Villetard, con l'ordinanza del 20 fiorile anno IV (9 maggio 1796), di nominare un cittadino per addivenire all'inventario dei beni degli emigrati ed al sequestro delle loro case e dei mobili. Imponeva di consegnare le chiavi della chiesa e del Monastero dei domenicani per farvi l'ospedale militare francese ed una grande e spaziosa scuderia e di pagare un contributo militare di 123.000 lire.
Il giorno seguente la municipalità ordinava che la contribuzione venisse ripartita fra i maggiori possidenti della città e della provincia, feudatari, ordini religiosi tanto regolari che secolari, commercianti. L'animo esacerbato di Paruzza non poté sopportare in silenzio quelle pretese, le campagne devastate, le vigne sconvolte, le case violate, il grano, il vino, il foraggio, il bestiame requisiti e trafugati si aggiungevano alla gravosa imposizione militare e manifestava apertamente il suo sdegno, ma le spie lo tenevano d'occhio, anche se il Villetard evitava di colpirlo, tenendo conto della sua carica di membro della Municipalità della cui opera aveva bisogno. Parruzza, vista che la sua protesta era tollerata, prese una decisione autonoma e si fece promotore ed ispiratore di una protesta sulla gravosità dei tributi, la firmò per primo, la sottoscrissero seguaci ed amici, ed avendo ottenuto di molta gente del popolo, la inviò direttamente al Direttorio, scavalcando Bonaparte. La raccolta di fondi, svolta personalmente dai singoli municipalisti per l'esazione del tributo militare, aveva conseguito risultati limitati: erano state raccolte in tutto 12.000 lire ripartite variamente fra Giacomo Francesco Fontana, il Vescovo, il Monastero della Maddalena, Gian Battista Veglio conte di Castelletto, Manfredo Bonavia, il convento di San Francesco, Domenico Pagliuzzi e Teobaldo Veglio; molti avevano fatto resistenza e non avevano concesso nulla. L'11 maggio venne consegnata al Villetard la somma incassata, assieme alla petizione con la quale si richiedeva l'esonero del restante pagamento; venne concessa soltanto una breve dilazione ed il 22 maggio il Comandante francese minacciò di far passare per Alba le truppe necessarie per incassare la parte mancante.
La municipalità impose allora la tassazione complessiva di 34.000 lire, suddivisa fra il Vescovo, il Seminario, il Capitolo, il Monastero della Maddalena, la Cattedrale, la Chiesa di San Domenico, la Chiesa di San Francesco e di molte altre migliaia di lire fra i conventi di Cortemilia e Neive, ben lontani però dalla copertura del tributo imposto. Erano stati volutamente esclusi dalla tassazione i feudatari, i negozianti e gli altri maggiori possidenti al fine di costituire una riserva prudenziale e protettiva alla quale si sarebbe ricorso nel caso che ulteriori appelli alla clemenza venissero respinti.
Il 27 maggio la municipalità deliberava che due consiglieri, l'Abrigo ed il Pagliuzzi, si recassero dal Villetard, ma poi decisero prudentemente di scrivergli, facendogli presente che Alba mancava di qualunque genere necessario all'umano vivere. Villetard rispondeva che il tributo era stato ridotto a 120.000 lire, ma lo esigeva immediatamente. Fu allora che la municipalità decise di incaricare Riccardo Sineo e Luigi Parruzza di svolgere un ultimo tentativo presso Bonaparte e di tale decisione venne informato il Villetard e se appare imprudente la designazione di Paruzza, può anche darsi che il nome fosse stato suggerito dallo stesso Villetard ed era ritenuto dai municipalisti l'unico in grado di svolgere con coraggio un'incombenza così difficile ed incerta, disposto ad affrontarla con il Sineo che era un suo strettissimo amico.
Nello stesso giorno il Parruzza aveva scritto ad un suo amico di Torino lamentandosi dell'azione che il Bonafous e Ranza avevano svolto ad Alba e li riteneva responsabili di tutti i guai della città; proprio in quei giorni Bonafous e Ranza erano tornati ad Alba per preparare un colpo insurrezionale, con un gruppo di rivoluzionari cuneesi ed albesi, fra cui il Pellisseri ed avevano avuto un duro scontro con Parruzza, che si opponeva al colpo insurrezionale; il colpo fallì per l'intervento del comandante francese, generale Eymar, che facendo arrestare il Ranza aveva scompaginato i piani dei Rivoluzionari.
Al movimento giacobino Parruzza aveva aderito senza mire personali, né per vocazione rivoluzionaria, ma per una naturale e legittima aspirazione a ricercare nuove idee per migliorare le condizioni della città, ma che erano divenute irrealizzabili per la condotta di Bonaparte in una guerra di conquista; vi aveva aderito da uomo libero e da sincero patriota, non certo per facilitare le ambizioni espansionistiche di Napoleone.
La presenza ad Alba nei giorni del tentativo insurrezionale di Maurizio Pellisseri, avvocato, ex giudice, mente giuridica e teorica del movimento giacobino albese, faceva pensare all'importanza dell'atto insurrezionale che si stava preparando, perché si pensava di estendere poi da Alba la rivolta a tutto il Piemonte, ma per l'opposizione dei moderati albesi e di Luigi Parruzza in particolare che temeva di aggravare la già difficilissima situazione, nulla venne fatto; d'altra parte anche il Governo di Torino seguiva da vicino i movimenti di Ranza, Bonafous e Pellisseri, nuovamente condannati a morte perché coinvolti in una congiura contro il Re e quindi anche il tentativo di Alba era stato segnalato ai governanti albesi.
Luigi Parruzza e Riccardo Sineo la mattina del 6 giugno partirono per Milano ed il Villetard informava Napoleone Bonaparte ed il Commissario Saliceti, rappresentante del Direttorio di Parigi presso l'Armata francese in Italia dell'Ambasciata, che essi stavano per compiere. L'8 giugno i due Ambasciatori di Alba furono ammessi alla presenza di Bonaparte e gli consegnarono la petizione della città, il quale, senza starli ad ascoltare, li mandò dal commissario Saliceti che, letta la petizione, li riportò dal generale Bonaparte, il quale ricoprì di insulti i due Ambasciatori e chiese chi era Luigi Parruzza, il quale si fece avanti e, come aveva sempre desiderato, compì il dovere di difendere i diritti della sua città con fermezza e rigore e gridò con violenza le sue accuse e la sua ribellione; il generale fece un cenno al Saliceti che fece entrare dei soldati ed ufficiali, i quali circondarono e spinsero Parruzza verso il cortile del palazzo dove lo fucilarono. Era l'8 giugno 1796.
Il commissario Saliceti trattenne Riccardo Sineo e poi gli ordinò che prima di partire per Alba lo raggiungesse a Tortona; l'incontro avvenne il 13 giugno e l'ambasciatore albese ebbe l'ordine di dichiarare alla municipalità di Alba che, nell'attraversare il Ticino per raggiungere Milano, la barca aveva urtato un palo, affondando nelle acque agitate del fiume, per cui Parruzza era annegato, mentre lui, salvato da un contadino, poteva proseguire e compiere da solo la missione che la municipalità aveva ad entrambi affidato.
Nel verbale della seduta dei municipalisti, conservato nell'archivio comunale di Alba, è trascritto il racconto fatto da Riccardo Sineo che sottoscrisse poi il documento.
Riccardo Sineo trascorse i suoi ultimi anni travagliato nella salute e colpito da disavventure economiche era stato ridotto in povertà. Fu anche incarcerato per la denuncia di alcuni preti, frati e nobili dal Savoiardo Clermont; aiutato da un fratello si rifugiò a Santo Stefano Belbo e, dopo due anni, tornato ad Alba, confessò come erano realmente accaduti i fatti e come Luigi Parruzza fosse stato fucilato; la notizia ad Alba era già nota in quanto trapelata dal racconto di un ufficiale francese.

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